Specie di spazi

Disclaimer: il testo che segue fa parte di un esercizio svolto nel corso di progettazione architettonica, fa riferimento al testo di Georges Perec, Specie di spazi, in cui l’autore suggerisce le linee guida per la comprensione dei vari luoghi dello spazio. Trenta minuti a disposizione per scrivere una descrizione di getto, senza correzioni, senza riprese successive, totale e assoluta libertà d’espressione.

Luogo: Reggio Emilia, quartiere Santa Croce
Ora: 14.30
Data: 2 Marzo 2015
Tempo: Soleggiato

I colori tiepidi degli edifici contrastano con il candore dei graffiti, brutali e tuttavia democratici. Non fanno distinzione, arrivano ovunque, contaminano, lasciano intuire percorsi e ad un tratto si nascondono, solleticando la mia voglia di inseguirli, passo dopo passo.

Volto l’angolo, un vicolo stretto, un edificio fatiscente, mi chiedo cosa si provi a vivere in una casa le cui finestre danno sul marciapiede. Non disturba chi ci abita? Un altro graffito, enorme. Col naso all’insù percorro pochi metri e di colpo la strada è chiusa, mi dà un gran fastidio sapere che al di là di quella recinzione c’è una strada che non posso raggiungere così agevolmente, e sono fin troppo pigra per tornare indietro e fare il giro dell’intero quartiere, confido di ricapitarci davanti.

Continuo a seguire il filo logico dei graffiti piuttosto che quello degli edifici, non ho un gran senso dell’orientamento, non sono mai stata brava, alle scuole medie ci insegnavano ad orientarci con le bussole e io finivo sempre, inevitabilmente, tra le ortiche. Rifletto sul fatto che non è cambiato poi così tanto, non ho una bussola, ma ho Google Maps, non sono tra le ortiche, ma sono finita in una brutta strada, stretta e opprimente, e tutto per seguire un gattino.

Da una traversa sbucano quattro ragazzi, su due piedi direi della mia età, non hanno delle facce rassicuranti. Ho un brivido lungo la schiena quando sento i bambini nel cortile accanto zittirsi, rapiti dalla scena che si sta consumando. Metto via la macchina fotografica e accelero il passo verso la strada principale, il gattino si infila in uno stabile abbandonato, faccio in tempo a dare un’ultima occhiata al punto, oltre la cancellata imponente, in cui altri gatti stanno bighellonando, è una distesa di Eternit.

Tiro un sospiro di sollievo quando incrocio altre persone, sono al sicuro: un ragazzo poco più grande di me spinge un passeggino verso il centro Reggio Children, i tipi di poco fa si sono dileguati nel dedalo di strade e stradine. Comincio a sentir caldo, vuoi per l’adrenalina del momento, vuoi perché nuvole e foschia se ne sono andate, mi chiedo come possa essere vivere d’estate qui, una distesa di catrame non penso sia esattamente fresca.

Ricomincio la ricerca di altri graffiti, imbocco una strada a caso, senza curarmi troppo delle indicazioni, e non ne trovo. Torno indietro, ne imbocco un’altra, di nuovo niente. È frustrante, mi dico, ma ce ne sono ancora, lo so. Non presto particolare attenzione alla schiera di casette che sto costeggiando, piuttosto penso al murales della stazione della metro di Rebibbia. qui ci manca tutto, non ci serve niente, dice quello e, mentre stacco dal muro un avviso di una riunione di quartiere, noto quanto questa frase sia calzante anche in questa situazione. L’impressione che ho è quella di una comunità piuttosto introversa, che vuole essere autosufficiente, che vuole vivere al di là di quelle che sono le grandi emergenze poco distanti, ci manca tutto, manca l’equilibrio di tutte le diverse situazioni, non ci serve niente, ce lo procureremo da soli.

Mi fermo. Sono davanti ad un edificio che mi colpisce, un tempo dev’essere stato qualcosa di esageratamente anonimo, oggi è soltanto esagerato. Interamente coperto di graffiti, dalle finestre, ognuna caratterizzata da una parola, al vano contatori. Mi fermo a leggere. Macchina per l’assemblaggio del futuro, se ritenete che la macchina sia utile, premete avvio cioè datevi da fare. Curioso, vorrei entrare a dare un’occhiata, far domande, o anche solo sedermi a osservare, e invece trovo chiuso, ennesima delusione.

Torno indietro, noto ora un Bill Hicks – pace all’anima sua – disegnato a stencil su un muro, REMEMBER TO TAKE LIFE SERIOUSLY… BUT FUCK OFF FROM UNIVERSE! scritto accanto alla sua faccia, mi piacerebbe sapere se il proprietario di quella casetta condivide tutto ciò.

Proseguo, arrivo al sottopassaggio della ferrovia e mi si illuminano gli occhi: è completamente coperto di graffiti, non solo, è completamente coperto di graffiti a tema musicale, SOTTO A PASSO DI MUSICA, a caratteri cubitali descrive ciò che stiamo attraversando. È l’unico punto del quartiere in cui incrocio più di due persone insieme, noto, e mentre osservo il disegno di uno strambo musicista a sei braccia – due per il mixer, due per i dischi e due per la tastiera – sento della musica avvicinarsi. No dai, penso, ‘sti geni hanno pure messo la musica qui sotto, faccio per dirlo ad un amico e mi accorgo che in realtà la musica viene dall’altoparlante del cellulare di una ragazza che sta percorrendo il sottopasso, delusione, ma apprezzo la felice coincidenza.

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